sabato 18 agosto 2012

POST CICLOTIMICO (E NON RILETTO)

Ho un problema.
È un mix di paura, apatia, rabbia e dolore shakerati ma non mescolati.
Sono sensazioni che si fanno sentire una per volta, non hanno nemmeno più il volto e la voce di Persefone (anzi, poverina, ho trascorso giorni e giorni a consolarla...) ma la mia, il che mi sembra infinitamente peggiore. Adesso non posso più incolpare qualcuno da cui prendere le distanze, posso fare i conti soltanto con me stessa.
Non ho più fede e non riesco più a credere di poter fare...non lo so, una cosa qualunque.
In realtà sto facendo "cose". Sto scrivendo tanto per cominciare, e mi sembra anche discretamente.
Sto un po' vivendo, ma sempre su chi va là perché non sia mai che io mi lasci andare, non sia mai che io sia troppo felice, perché se sono troppo felice mi capiterà subito qualcosa di terribile.
Ecco l'idea fissa che non se ne va.
Quando leggo certi manuali sembra tutto così semplice: dimentica, smetti di guardare al passato, non pensarci più ormai è finito, guarda avanti, fa pensieri positivi e io vorrei tanto entrare in quest'ordine di idee, ma non ci riesco. Se guardo attentamente alla mia vita interiore non credo di avere nemmeno un chakra a posto. Non so dove sono le mie radici, se ci sono, e ho un gran casino dappertutto.
E ho paura.
Che non ce la farò.
Che sarà sempre così.
Che mi ucciderò un giorno, a forza di avere paura e di pensare che non ce la farò.
Forse non so nemmeno che cosa voglio davvero, se tutto quello che finora ho sognato è stato dettato da un mero bisogno di attenzioni, come quando ero piccola e dicevo di voler ballare, e poi mi sono accorta che ballare non faceva per me ma stringevo i denti e somatizzavo per non dare un dolore agli altri. Sono veramente io quando amo, quando sono disponibile anche con chi mi ha sputato in faccia, oppure mi guida il desiderio di sentirmi ammirata, di sentirmi dire quanto sono brava e buona?
Un giorno, non so perché, sono finita a guardare degli esercizi di ginnastica ritmica su Youtube. C'era questa atleta italiana che aveva vinto la medaglia d'oro ed era corsa ad abbracciare suo padre, e lui stringendola a sé le aveva mormorato «Te l'avevo detto io che ce l'avremmo fatta!», e il cronista a quel punto aveva raccontato di come la ginnasta guardasse sempre verso suo padre prima di iniziare ogni gara. Il suo faro, la sua guida, il suo sostegno.
Perché dopo tanta terapia, dopo tanti sforzi e dopo aver detto e ridetto che ero stanca di questa mia lagna e che non mi sarei mai più commiserata, mi sono sciolta in lacrime?
Allora mi sono resa conto che ogni volta che ho chiuso gli occhi e ho fantasticato sul mio futuro, ogni volta che ho pensato di farcela, di sfondare, non l'ho fatto per me stessa, ma per poter guardare qualcuno che fosse orgoglioso di me.
Mi sento come se per cento passi in avanti ne avessi fatti ottocento indietro.
È davvero tutto come prima? Devo sul serio ricominciare da capo?
Vorrei trovare la risposta fuori, vorrei con tutto il mio cuore continuare a dare la colpa agli altri se sto come sto. Vorrei continuare a dire che è a causa di mio padre, di mia madre, dei miei nonni, delle amiche-nemiche ma non posso più farlo adesso. Non posso nemmeno prendermela con Persefone perché sarebbe ingiusto ma non me la voglio prendere nemmeno con me stessa, vorrei soltanto capire dove sta la soluzione.

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