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giovedì 1 dicembre 2016

A MALI ESTREMI

Oggi è il primo giorno dell'ultimo mese dell'anno. Cosa di per se stessa normalissima, insomma, dicembre è un mese come un altro. Non fosse che...

«Wow, mancano 24 giorni a Natale!». 

Come sono contenta,
che bella notizia...
Stando all'ultimo bollettino materno, mia nonna ha già iniziato un giretto di telefonate per discutere di Santo Stefano-Non Santo Stefano (vedere post sull'argomento). Più dettagli apprendo, più cresce la mia voglia di darmi malata e mandare tutti a fanculo.

Io non sono il tipo di persona che si spaccia per malata quando non lo è. Giuro su quello che vi pare, posso anche produrre prove fisiche dato che ho conservato i libretti delle giustificazioni di scuola: in sei anni di liceo (cinque + bonus ripetente) ho fatto qualcosa come quattro giorni di assenza. Credo che per questo meriterei una menzione nel libro dei guinnes dei primati di tutti i tempi. 
Come ci sono riuscita? Semplice: sono cresciuta con il Sergente maggiore Hartman. E con una certa dose di sfiga dato che ero la prima ad alzarmi e ad uscire di casa la mattina, c'era un solo autobus che mi portava a scuola e che passava alle 7, o prendevo quello oppure ero nella merda fino agli occhi. Come se non bastasse, mio padre lavorava in proprio e non aveva orari, poteva restare in casa per tutta la mattina o fare dei rientri imprevisti, a sorpresa, mentre mia mamma lavorava a Vicenza, faceva molte commissioni in centro e le probabilità che mi sgamasse in giro anziché in classe erano sempre altissime. Ma mai una gioia mai, è proprio il caso di dirlo. Ovviamente non mi erano concessi nemmeno strappi alla regola come, ad esempio, un giorno di assenza per preparare un compito particolarmente ostico, se non avevo la febbre a quaranta o qualcosa di rotto non mi azzardavo neanche a inumidire l'occhio nella speranza di commuovere la genitrice. Questo rigore militare perpetrato per anni si è tradotto in una salute particolarmente robusta, mi sono sempre ammalata di rado, e anche in una capacità straordinaria di prendermi degli accidenti unicamente nei fine settimana o durante le vacanze (l'ultimo, memorabile week-end di malattia ai tempi del liceo è capitato nel gennaio del 1999, quando ho trascorso sabato e domenica con la testa nel water a causa dell'influenza intestinale ma poi lunedì mattina ero presente in classe a fare il compito di fisica. Ai supereroi Marvel ci piscio in una scarpa io, tzè!).
Questa vita di stenti e privazioni, ma soprattutto privazioni (cit.), non ha avuto fine né con la maggiore età né dopo che ho trovato lavoro, ha continuato a pilotarmi e in modo del tutto indipendente dalla mia vera volontà, dal Sergente maggiore e dalla mancanza di autobus nei paesi di provincia. Avevo ormai sviluppato, in forma cronica, questa specie di Sindrome del Dovere per la quale non potevo assolutamente mancare dal lavoro se non in casi estremi (cioè la morte quasi certa), e che di fatto mi ha portata a lavorare per anni con una buona resa (migliore di tanti altri inetti fisicamente ed emotivamente sani con cui ho condiviso l'ufficio) nonostante fossi in pieno esaurimento nervoso con insonnia. E ora vi esorto a pormi la Grande Domanda, suvvia, non siate timidi. Di quanti giorni di mutua hai usufruito, Valentina, negli anni in cui hai lavorato? Zero. Che comunque, anche mi fosse venuta una broncopolmonite la mutua non mi sarebbe servita dato lo stratosferico numero di ferie non godute di cui disponevo, per forza di cose (non godere, a quanto pare, è un altro stile di vita a cui sono molto avvezza).
Di questa ridicola forma di stacanovismo non vado fiera, sarebbe come dire che sono fiera di essere sempre stata una grandissima COGLIONA, ma non posso non ammettere che essere allevate prone al sacrificio presenta degli aspetti positivi. Tuttora mi ammalo di rado (sempre nei fine settimana o quando il marito è in ferie), e sono una donna estremamente affidabile, se prendo un impegno lo mantengo. La quale cosa, tra parentesi, dovrebbe essere la normalità, ma dato che siamo tutti esseri umani soggetti agli scazzi della vita comprendo la possibilità di cambiare idea. Piuttosto, io dovrei spostare la mia attenzione su un altro piano, smettendo cioè di prendermi impegni senza riflettere, spinta dalla pulsione a comportarmi da persona civile, educata e socialmente bene inserita anche se sono una stronza asociale, perché nel 98% dei casi scopro che di quegli impegni non me ne frega un cazzo ma ormai li ho presi e devo andare fino in fondo, pena la morte tra atroci tormenti. Questo spostamento di piano, tuttavia, è più difficilmente applicabile alle situazioni familiari nel contesto feste natalizie, e non crediate che io non abbia tentato di proporre delle alternative perché l'ho fatto e me le hanno bocciate tutte. 
Quest'anno, quindi, temo che "La donna che non si dà mai per malata se non lo è" farà un'eccezione, e per il 26 dicembre avrà il cagotto. Poco nobile, ma... 


Nell'attesa, e mentre i miei anticipano catastrofi natalizie (pratica del tutto coerente con le loro contorte personalità), cercherò di tenermi fuori dalle chiacchiere e dalle previsioni per continuare a scrivere in santa pace. Che poi, di casini ne ho già abbastanza per conto mio. La battuta conclusiva di quasi tutte le telefonate con mia nonna è: «Vale, la vita è dura. La vita è dolore», e spesso io concordo con questa analisi. Ma proprio per questo motivo, vorrei dire a nonna, ti pare il caso di complicarla ancora di più? 

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