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domenica 14 maggio 2017

TORMENTI SEMI-AUTUNNALI

È una primavera che sembra autunno, questa, e ogni giorno che passa mi chiedo sempre più spesso se ho davvero così tanto bisogno di comunicare. Ultimamente non mi riesce di scrivere nemmeno due righe di commento su Facebook (anzi, è uno di quei famosi periodi in cui odio Facebook più della cefalea), magari mi viene in mente una battuta ma l'entusiasmo si spegne prima ancora che abbia finito di scrivere la frase. Perché penso, MA CHI SE NE FREGA. Non è così importante che i trentotto amici che ho sul social sappiano che cosa ho da dire a proposito di < < inserite argomento a piacere > > e questo è un sentimento ben diverso dall'autocommiserazione. Non si tratta di un «non importa a nessuno di quello che ho da dire perché sono una sfigata». No no, sono sincera: MA CHI SE NE FREGA. 
Metà di quello che leggo online non me lo ricordo, come mi capita a volte con i libri che leggo troppo in fretta perché non vedo l'ora di finirli, e a due mesi di distanza interi pezzi di trama si sono persi nel nulla cosmico. L'altra metà di quel che leggo e ricordo non mi lascia niente dentro, nessuna particolare emozione, e spesso diventa un soprammobile che si riempie di polvere come le bomboniere decorative che non servono a un cazzo se non, appunto, a prendere polvere. Sicché, alla fine, il mondo di fuori che mi bombarda di informazioni, pensieri, questioni, riflessioni, che cosa mi lascia? Roba da spolverare. 
E io? Che cosa lascio a quel mondo? Informazioni sul mio stato di salute, la quantità di caffè che ho bevuto, quello che penso di un film? Fatta eccezione per i libri, perché una buona recensione (buona nel senso di accurata) per quanto mi riguarda ha la sua utilità, e allora penso, magari anche una mia recensione può essere di aiuto a qualche lettore, tutto il resto è fuffa. Il mondo è già pieno di fuffa, c'è bisogno che ci aggiunga la mia? NO. Per questa ragione ho un blog, qui almeno non sono d'intralcio a nessuno.


In questo semi-autunno i ricordi mi tormentano più che mai. Arrivano a ondate, violenti come certe fitte intercostali che mi fanno piegare di colpo da un lato del corpo, e mi travolgono tanto emotivamente quanto fisicamente. Cose a caso di dieci anni fa, e persino momenti di quell'età infame che è stata l'adolescenza (per quanto nemmeno le età precedenti siano state tutto 'sto carnevale di Rio, eh...).
A volte riesco ad avvertire una nota positiva nel disagio, perché credo che vivere intensamente i sentimenti, di qualunque natura siano, mi appaghi molto più che cercare di controllarli. Altre volte è difficile accettare il modo in cui i ricordi mi fanno sentire. La malinconia ha un retrogusto dolciastro, mi ci adatto facilmente (e mi ci adagio anche). La nostalgia invece è un po' aspra e un po' amarognola, e quando mi riporta alla mente persone che vorrei aver dimenticato, e che invece stazionano ancora da qualche parte nel mio cuore, mi lascia un sapore schifoso sulla lingua. Immagino che anche questo serva alla mia crescita, così cerco di integrarlo nel mio quotidiano, cerco di fargli spazio. Anche se si traduce in sogni che mi fanno svegliare triste e in pensieri stupidi, insensati.
Notti fa ho sognato di essere in macchina con la Lennie. Guidava lei. Non ho idea di dove stessimo andando ma la macchina correva, noi ridevamo e io le dicevo «Che bello, alla fine sei tornata!». Dopo questo sogno mi sono scoperta a pensare che se ci rivedessimo, ci basterebbe un minuto per ricominciare a parlare come se non fossero mai trascorsi quattro anni di silenzio, e che se lei mi conoscesse adesso resterebbe alquanto stupita dei cambiamenti che ho fatto. Tutto sarebbe diverso. Di sicuro sarebbe migliore, di sicuro saremmo felici. Non so perché ho ancora questo bisogno di pensare a come potrei essere diversa e migliore per lei, mi sembra quasi ridicolo dato che quando ci frequentavamo la sopportavo al massimo per tre mesi di fila e poi non volevo più sentirla. Forse accade perché quando se n'è andata io avevo ancora tante cose da dirle, nel bene e nel male. Se avessi aspettato, vorrei dirle, se avessi cercato di capire che la mia negatività era temporanea avresti visto nascere una persona nuova. Ma probabilmente non sarei mai cresciuta se non mi fossi distaccata da lei.
Leggevo Riza Psicosomatica di maggio, qualche notte fa, e in un articolo Vittorio Caprioglio prende in esame il caso di una donna a cui è da poco mancato il padre, che soffre nel ricordo e si rammarica di non avergli potuto dire che gli voleva bene nel momento in cui è passato a miglior vita. Certo, il caso non è paragonabile a quello che mi è successo con la Lennie, ma l'articolo mi ha comunque fornito spunti di riflessione. Le cose dovevano andare così come sono andate, dice in sostanza Caprioglio, e aggiunge, in risposta a questa donna affranta, non è tuo padre che ti manca ma l'idea di tuo padre, il maschile dentro di te. In questo momento in cui è come se stessi definendo la mia vera identità per la prima volta (o la stessi ritrovando), è probabile che l'ignoto che mi aspetta mi spaventi mentre i ricordi mi diano sicurezza, riportandomi a qualcosa di definito, che conosco. Qualcosa di morto ma conosciuto. Sicché potrei non essere davvero, ancora legata a lei, ma piuttosto a ciò che ero quando ci frequentavamo. Una persona felice, con delle speranze e dei sogni.
Forse. E comunque, solo in parte. Non voglio che tutto si riduca a un ragionamento, che abbia una spiegazione. Vorrei invece ricordare che c'era qualcosa in lei che mi abbagliava e che non ho mai saputo definire, che non saprei definire nemmeno adesso, e qualcosa di speciale che per un po' ci ha legate.
... maledetta di una vigliacca, sono passati quasi dieci anni da quando ci siamo conosciute e io ancora scrivo di te nel mio blog.
Maledetta stramaletta.
C'è una noticina alla fine dell'articolo di Caprioglio, intitolata "Il senso dei ricordi".

«Il senso dei ricordi. L'anima li va a cercare quando ha bisogno della loro energia per creare il nuovo.»

Mi è piaciuta moltissimo. Ha dirottato i miei pensieri nottambuli verso il romanzo che sento di voler scrivere adesso, ma che non mi decido a ricominciare perché ho paura di non riuscire a finirlo (il romanzo è comunque legato a parte dei ricordi di cui sopra, e penso che finirlo significherebbe dare un senso a quello che sto provando in questi giorni). Non è nemmeno, del tutto l'ansia da prestazione del genere "chissà se riuscirò a scriverlo bene, se la trama funzionerà, se i personaggi saranno interessanti", è parzialmente la paura di non saper mantenere l'impegno con me stessa, la paura di ricadere nel bisogno di essere perfetta e nella frustrazione che mi dà rendermi conto che perfetta non lo sarò mai. Comunque, credo che ci proverò, soprattutto perché questo comporterà finire una volta per tutte di leggere certi libri che ancora non ho letto, impegnata come sono sempre a ricamare paranoie e confronti stando sui social per ore. Sono sempre qui a dire quanto odio Facebook perché non ho il coraggio di ammettere che in qualche modo ne sono dipendente. Non mi piace, ma non posso farne a meno. Cioè, ho l'impressione di non poterne fare a meno, almeno quando sono in casa e posso scegliere che cosa fare della mia giornata. Non è magnifica, l'arte di sostituire una dipendenza con un'altra? Se non esistono dei corsi, credo proprio che ne terrò qualcuno io. 

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