giovedì 7 luglio 2011

I MIGLIORI RACCONTI

"Siede alla scrivania. Afferra una lunga matita gialla e comincia a scrivere su un blocco. La punta di grafite si spezza.
Gli angoli delle labbra si piegano verso il basso. Le pupille si restringono nella maschera dura del volto. Con calma, la bocca stratta in un orribile squarcio senza contorni, prende il temperamatite.
Affila la matita e getta il temperamatite di nuovo dentro il cassetto. Ricomincia a scrivere. Mentre lo fa, la punta si spezza ancora e la grafite rotola sulla carta.
Il book..e le mie ginocchia lattiginose
Di colpo, la sua faccia diventa livida. Una rabbia selvaggia gli artiglia i muscoli del corpo. Urla alla matita, la maledice con un torrente di insulti. La fissa con un odio assoluto. La spezza in due con uno scatto brutale e la scaglia nel cestino con un trionfante: 'Ecco, vediamo un po' se ti piace stare lì dentro!'.
Siede teso sulla sedia, con gli occhi spalancati, le labbra tremante. È scosso da un fremito di rabbia incontrollata, che gli spruzza acido nelle viscere.
La matita è nel cestino, spezzata e immobile. È legno, grafite, metallo, gomma; tutto morto, incapace di rendersi conto delle furia bruciante che ha scatenato.
Eppure...
Se ne sta tranquillo in piedi, accanto alla finestra, e osserva la strada. Cerca di rilassare il corpo teso. Non sente il fruscio dentro il cestino, che cessa subito.


[...]
Cercò di indietreggiare, ormai svuotato della sua rabbia.
I tasti della macchina da scrivere si mossero sotto le sue dita.
Abbassò gli occhi. Non riuscì a capire se era lui a muovere i tasti o i tasti ad agire di loro volontà. Tirò indietro istericamente la mano, tentando di togliere le dita dalla tastiera, ma senza riuscirci. I tasti si muovevano più rapidamente di quanto il suo occhio riuscisse a cogliere. Erano una macchia indistinta. Li sentì che gli laceravano la pelle, gli scorticavano le dita. Erano ormai scarnificate. Il sangue cominciò a scorrere.
Gridò e arretrò ancora. Riuscì a liberare le dita con uno strattone e balzò all'indietro sulla sedia.
La fibbia della cintura si incastrò, il cassetto della scrivania venne fuori con violenza. Lo colpì allo stomaco. Gridò di nuovo. Il dolore era una nuvola nera che gli fluiva sopra la testa.
Abbassò una mano per chiudere il cassetto. Vide che dentro c'erano delle matite gialle. Sembravano fissarlo. La sua mano scivolò, sbatté sul cassetto.
Una delle matite lo infilzò.
Teneva sempre le punte affilate. Fu come il morso di un serpente. Ritrasse di scatto la mano con un rantolo di dolore. La punta si era infilata sotto un'unghia. Era penetrata nella carne viva, tenera."


Richard Matheson

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